L’oliva taggiasca. Coltivare una cultura

Nella Liguria di Ponente la “cultura” dell’olivo è ben più che una “coltura” agricola. Cronaca di un prodotto in cui storia, paesaggio e saper fare sono tutt'uno, la cui origine si perde nella notte dei tempi

Un’oliva è un puntino nero, che rotola via tra le fasce terrazzate come tra le righe di una pagina. Molte, tante olive fanno invece un testo, un libro, una storia, una cultura. Del resto nel dialetto del ponente ligure non c’è distinzione tra il frutto dell’ulivo e la pianta stessa: si dice, semplicemente, “e uive”

Questa perdita di distinzione indica che l’ulivo, in tutta la provincia di Imperia, è una cultura più che una coltura, che quella della taggiasca è una storia prima che una “cultivar”; da così tanti anni l’uomo da queste parti si occupa della produzione dell’olio d’oliva taggiasca che fa fatica a credere che esistano altri tipi, altre varietà d’oliva: non ha mai avuto altro olio all’infuori di lui.

Il primo ulivo (ma non la prima oliva o il primo olio, quelli arrivarono già con Greci e Romani) giunse probabilmente nel ponente ligure con i monaci di San Colombano, provenienti dall'isola di Lerino, nella vicina Provenza, ma furono i monaci benedettini di Taggia che perfezionarono il lavoro già compiuto nell’antichità sugli ulivi selvatici della macchia mediterranea, creando la cultivar che porta il nome del luogo in cui nacque. Attraverso selezioni, ibridazioni e innesti, i monaci arrivarono ad una varietà resistente ai parassiti e alle intemperie, piccola, dalle dimensioni contenute ma dalla resa eccezionale, per cui da un ettaro di uliveto si ricavano circa venti quintali di olive, gustosa e capace di un olio di qualità sopraffina.

L’oliva taggiasca era così buona che resistette anche alle incursioni saracene che distrussero il convento di Taggia nel 891 d.C.; ma ormai le colline dalla piana di Albenga alla Francia erano ricche di olivi della cultivar taggiasca, e la cultura dell’olio era diffusa in tutto il Mediterraneo.

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