Alla scoperta dei Giardini Hanbury di Ventimiglia, tra fioriture esotiche, colori e profumi. Dove l'inverno non arriva mai

C’è un luogo in Liguria, che sfugge all’inverno. Ha il mare davanti, che, certo, aiuta. Alle spalle, invece, le Alpi maestose; ma una collina lo salva dai freddi venti di tramontana. Il sole lo bacia tutto l’anno, non conosce praticamente il gelo.

Sono i Giardini Hanbury di Ventimiglia. Forse per un miracolo, oppure una magia, o per qualche disguido della burocrazia della natura, ai Giardini Hanbury l’inverno non arriva. Sul calendario scorrono i mesi: dicembre, gennaio, febbraio… le giornate si accorciano, il sole cala sull’orizzonte; ma il termometro non si abbassa. Anzi, nel giardino botanico che Sir Thomas Hanbury costruì sul promontorio della Mortola nel 1867 si susseguono fioriture e profumi. C’è tutta l’aria di un incantesimo: quello delle piante che, nel loro semplice ciclo vitale, si adattano e continuano a vivere. E anche l’idea di un equilibrio delicatissimo, da conservare gelosamente. In questo momento storico segnato dal dilagare della pandemia, i Giardini Hanbury restano un angolo di Liguria in cui poter ritrovare un po’ di fiducia e speranza in una Natura che ci ha duramente colpito.

I Giardini Hanbury sono, a tutti gli effetti, un luogo di confine: storico e politico, perché dividono la Francia dall’Italia. Meteorologico e climatico, visto il loro particolare microclima. Ma - chi l’avrebbe mai detto – qui si oltrepassano continuamente anche i confini biologici e naturalistici: piante da ogni parte del mondo hanno imparato a convivere sulla stessa lingua di terra, rendendola, per questo, unica. Ancora una volta,  l’uomo avrebbe qualcosa da imparare.

I Giardini Hanbury a Ventimiglia

Una visita ai Giardini Hanbury è un’esperienza totalizzante: per lo spirito, perché prepara alla convivenza e alla tolleranza delle differenze, ma anche per il corpo: dall’entrata al mare il dislivello è quasi di 200 metri e tornando su, a tratti, viene il fiatone. Ma l’esperienza vale la fatica.

Il Giardino è diviso in aree tematiche. Dall'ingresso si scende verso il mare, come in un girone dantesco - ma più con la sensazione del Paradiso che dell’inferno - e, man mano, si attraversano l’area delle agavi, delle aloe, il giardino dei profumi, il roseto, la foresta australiana, il frutteto esotico e tante altre.
Gianni Suffia, uno tra i decani degli addetti ai giardini, responsabile del vivaio dei Giardini Botanici Hanbury, ci fa da Virgilio nella visita:

“I Giardini Hanbury, sono un giardino di “acclimatazione” – ci racconta Gianni, salendo subito in cattedra -cioè qui si cerca di far adattare piante esotiche alle condizioni mediterranee, per cui non si privilegia tanto l’aspetto estetico, come da altre parti, quanto quello scientifico. Può capitare di venire a luglio e agosto, ma in quel periodo il giardino è meno bello che ad aprile e maggio. Questo perché cerchiamo di mantenere la pianta nel suo sviluppo completo, di farla fruttificare, in modo da poter poi raccogliere i semi. Se invece potassimo le piante al termine della fioritura, queste metterebbero altri fiori e sarebbero più belle ma perderemmo la parte per noi più interessante, i semi”. 

Dunque i periodi più belli per visitare i Giardini Hanbury sono la fine dell’inverno e la primavera…

“Il Giardino ospita molte specie esotiche, abbiamo piante che arrivano dall’altro emisfero e che a seconda delle temperature fioriscono. Il picco massimo della fioritura è certamente aprile-maggio in cui fioriscono anche tutte le varietà mediterraneee. Ma ora, ad esempio abbiamo la meravigliosa fioritura delle aloe: agli Hanbury se ne trovano diverse collezioni, ognuna verso gennaio si mette in mostra con la sua corolla rossa; poi ci sono le mimose, nelle loro varie tipologie, i mandoli, i cactus e altre varietà dell’emisfero australe. Al giorno d’oggi anche nei giardini è arrivata la globalizzazione: non è difficile trovare ville con piante esotiche. Qui si trovano addirittura le erbacce dell’altro mondo, i cui semi erano sfuggiti pure a Thomas Hanbury. Ma la cosa che rende unici i Giardini Hanbury è la loro posizione, una situazione unica, un connubio tra paesaggio e giardino botanico che non ha eguali in Italia e pochi nel mondo”.

Agavi
Aloe
Aloe

“I Giardini Hanbury sono un giardino di “acclimatazione” qui si cerca di far adattare piante esotiche alle condizioni mediterranee”

Davanti a noi s’erge un pennacchio arancio, assomiglia ad uno strano animale. Più in là c’è una macchia violacea che attira lo sguardo. Impossibile non cedere alla tentazione:

“Quella è una Chasmanthe aethiopica, una pianta molto elegante originaria della provincia del Capo che in questo periodo comincia la sua fioritura, mentre lo spottone viola che invade quel parapetto è quello di una Hardenbergia violacea, che comincia a fiorire assieme all’Arctotis, una specie di margherita, ma con qualcosa di africano. Tra poco arriveremo nella zona dedicata alle salvie: già da novembre hanno una bellissima fioritura blu, viola o rossa, ora, in pieno inverno stanno per terminare ma sono ancora belle.”

Aloe sul mare
Salvia sessei

Tutto questo si deve all’opera di un uomo, Thomas Hanbury. Cosa puoi dirci di lui e della sua famiglia?

“Tutto cominciò nella primavera del 1867. Thomas Hanbury, ricco commerciante inglese e appassionato botanico, era in vacanza in Francia, dopo molti anni trascorsi in Cina. Innamoratosi dell’antico Palazzo Orengo, un luogo dagli antichi fasti - di qui passarono Caterina da Siena, Machiavelli, Carlo V di Spagna e Napoleone - decise di acquistarlo con la collina circostante per impiantarvi, su consiglio del fratello Daniel, esperto in farmacopea, un giardino botanico. Quando sposò Catherine i due vissero principalmente nella casa della Mortola. Il giardino della Mortola è frutto delle ricerche e degli esperimenti dei due fratelli e del figlio di Thomas, Cecil, che portarono a Ventimiglia piante da ogni parte del mondo, cercando di ricreare il loro ambiente naturale. Così, ciò che può apparire spontaneo o disordinato, è invece frutto di un attento studio. Gli Hanbury erano filantropi, costruirono scuole e strade a Ventimiglia. Avevano un’altra villa ad Alassio, villa La Pergola, con piante bellissime anch’essa”.

Palazzo Oddo

“Gli Hanbury erano filantropi, costruirono scuole e strade a Ventimiglia. Amavano la Mortola, la consideravano casa loro”

Tu hai conosciuto qualcuno della famiglia?

“Una parte di giardino, con una casa, sono ancora proprietà dei discendenti degli Hanbury. Ancora ricordo Lady Dorothy Hanbury, la moglie di Cecil, il figlio di Thomas, che ristrutturò il giardino dopo la guerra… Era la tipica signora inglese, eccentrica, raffinata ma tenace: diceva che andò personalmente a sminare il giardino dopo la guerra. Qualcuno dei giardinieri più anziani raccontava che, durante i restauri della villa, si faceva spostare la vasca da bagno a seconda delle stagioni. Anche Guido Piovene la intervistò per il suo Viaggio in Italia che parte proprio dagli Hanbury. Morì nel 1972 ed è seppellita nel mausoleo del parco come Sir Thomas. Un lume resta sempre acceso per ricordarlo. Quando, nel 1960 Lady Dorothy vendette i giardini allo stato italiano cercò di salvaguardarne la destinazione scientifica e paesaggistica per evitare l’edilizia selvaggia…”

Oggi, quindi, gestiti dall’Università di Genova, con la direzione del prof. Mauro Mariotti, i Giardini Hanbury mantengono l’impostazione scientifica dei suoi fondatori.

mausoleo Dorothy Hanbury

Di qui sono passati tanti personaggi famosi. Di quelli storici abbiamo già parlato, Napoleone, Machiavelli… qualcuno più di recente?

“I Giardini vengono spesso richiesti come set per film. Qualche anno fa accadde per, Grace, il film sulla storia d’amore tra il Principe Ranieri III di Montecarlo e Grace Kelly, con Nicole Kidman. La presenza della diva fu un evento straordinario per i Giardini e per noi che ci lavoriamo…
La troupe rimase per 10 giorni. Sconvolsero molte cose, il cinema voleva fare i Giardini ancora più belli di come sono. Con la troupe si mangiava insieme, ma la diva sfuggiva, non si vedeva mai. Noi cercavamo di incrociare la Kidman in ogni modo, ma lei, diafana e bellissima si aggirava tra le piante e i suoi agenti non volevano che l’avvicinassimo, quasi la consumassimo con lo sguardo… Poi anche Valeria Bruni Tedeschi volle girare qui un film, vantandosi del fatto che la sua famiglia, prima della prelazione statale, s’era offerta di comprare i Giardini…”

Andrew Lendzion, scultura

Nel Giardino sono ancora esposte le sculture di Andrew Lendzion, ispirate alla mitologia greca e all’Odissea, altro tema che viene alla mente attraversandone i viali degli Hanbury.
L’agrumeto ha invece bisogno di poche presentazioni: avete mai immaginato l’Eden? Il giardino con gli alberi carichi di frutti che voi potete cogliere un po’ qui e un po’ là? Beh, la parte dei Giardini Hanbury dedicata agli agrumi, tra gennaio e febbraio è quanto di più simile al paradiso terrestre che si possa trovare. Chissà, forse vedremo spuntare Adamo ed Eva e di sicuro da qualche parte ci sarà un serpente dispettoso…

“Ecco, questo è uno sciadocco, derivazione di Shaddock, nome del capitano inglese che lo introdusse in America – Gianni mi passa una specie di pompelmo, peserà 4 – 5 chili – è il più antico agrume conosciuto dall’uomo. Ma qui li abbiamo tutti, dal più piccolo, il kumquat, al più profumato, le lumie, al bergamotto, alle arance cornute. In origine in Liguria, gli aranci i citrun, quelli amari. Quelli dolci li portò in Europa Vasco de Gama, dalla Cina arrivarono in Portogallo nel 14° secolo. Da qui il nome “Purtugalli” con il quale le chiamiamo nel dialetto ligure”.

Agrumeto
Agrumeto

Quando arriviamo alla topia, la lunga pergola sui cui tralicci le rose e le specie rampicanti si avvoltolano, una delle più lunghe del mondo, Gianni mi strappa una risata: mi racconta che questo luogo è legato a Libereso Guglielmi, il famoso giardiniere anarchico amico di Italo Calvino:

“Libereso era una persona genuina, un vegetariano convinto, un personaggio selvatico, con la mente libera e anche per questo amatissimo soprattutto dalle donne. Quando veniva ai Giardini, infatti, aveva un lungo seguito di donne adoranti che pendevano dalle sue labbra. E lui faceva loro mangiare i frutti della passiflora, il passion fruit, appunto, mandandole in visibilio; ma l’allora direttore andava su tutte le ire… C’era da ridere…”

La Topia, Salvia madrensis

Davanti a noi troneggia il tronco di una palma che ha perso la sua battaglia.

“Recentemente anche noi dobbiamo combattere contro degli “alieni” – mi racconta Gianni -  uno su tutti il punteruolo rosso che ha colpito le palme, ma ora colpisce anche gli alberi di Yucca ed altri: è il Covid delle palme a tutti gli effetti, abbiamo anche sperimentato delle cure, carotaggi, irrigazioni apicali, ma non sono servite a molto. E così palme che hanno superato la Seconda Guerra Mondiale sono state uccise da un piccolo coleottero rosso… ”.
Mi mostra una serie di palme i cui tronchi sono incisi profondamente da schegge di mortaio o di schrapnel. Alcune sono state rinforzate con cemento. Altre giacciono ormai senza vita.

“Anche noi dobbiamo combattere gli alieni… come il punteruolo rosso che uccide le palme…”

“Nell’ultima guerra il fronte era poco lontano da qui – continua Gianni, rivelando la sua passione per la storia - gli alleati erano fermi a Menton e qui c’era un presidio tedesco, i Giardini erano in prima linea, si combatté dal settembre ’44… Per fortuna qui ci sono anche delle chicas, a febbraio hanno già messo i semi, basta piantarli per ottenere un fossile vivente, una palma antichissima, appartenente allo stesso gruppo di piante apparso sulla Terra poco prima dei dinosauri”.

Prima di entrare nel vivaio, Gianni mi mostra una pianta bellissima, con un fiore grande aperto: è la Solandra Maxima, usata nei riti di iniziazione da parte di molte tribù nel Messico e citata anche da Carlos Castaneda, ricca di alcaloidi e per questo allucinogena.

Solandra
Brugmansia suaveolens Guatemala

Gianni è un vero “topo di vivaio”. Qui lui fa le sue sperimentazioni, qui passa gran parte della sua giornata a selezionare e piantare semi minuscoli, per poi passare le piantine ai giardinieri che le mettono in sede.
Le serre sono piene delle piante più strane: fuori c’è una Casuarina, una specie di pino, il cui legno in Australia viene usato per le traversine ferroviarie e che mette graziosi fiori rossi. Ormai è enorme, dimostra di trovarsi bene alla Mortola; nella serra umida i banani e i cactus si godono il tepore, ci sono più di 20 gradi e pare davvero di essere ai tropici. Tra le piantine c’è anche un baobab ancora piccolo, ha “solo” otto anni.

“Agli Hanbury abbiamo una “banca del seme” – mi dice poi Gianni scherzando, ma effettivamente è così – “è la banca del germoplasma, che conserva le sementi di una ventina di specie liguri protette a rischio di estinzione. Per trovarle siamo andati sui monti, sulle Alpi e sugli Appennini liguri dove abbiamo cercato piante come l’eryngium maritimum, il leucojum nicaeensis, il raponzolo di Bicknell e altre piante endemiche di questa zona, rimaste come relitti dalle glaciazioni a causa della vicinanza del mare. Siamo partiti sulla scorta dei dati raccolti da archeologi come Bicknell e Winter, e abbiamo raccolto le sementi per conservarle a temperatura e umidità costanti.

Vivaio

Si starebbe ore a sentir parlare Gianni delle sue piante. Quando sto per andare via, mi racconta della primavera:

“Sento arrivare la primavera già a dicembre - dice Gianni - la vedo sulle piante, cammina a piccoli passi e poi sempre più spedita, sui germogli, sui fiori, sui frutti...”.

Vengono in mente le parole di un altro esperto di vivai, ma di parole: Fabrizio De André

Primavera non bussa lei entra sicura
Come il fumo lei penetra in ogni fessura
Ha le labbra di carne i capelli di grano
Che paura, che voglia che ti prenda per mano
Che paura, che voglia che ti porti lontano...”
F. De André, Un chimico

Gianni Suffia nel suo vivaio