Com'è l'italiano del 72° Festival di Sanremo? Intervista al Prof. Lorenzo Coveri, ordinario di Linguistica Italiana all'Università di Genova

Il Prof. Lorenzo Coveri, ordinario di Linguistica Italiana all'Università di Genova e Accademico della Crusca, ogni anno stila le pagelle della lingua delle canzoni del Festival e compila le schede delle canzoni sulla pagina Facebook dell’Accademia della Crusca.
I suoi giudizi, per quanto abbastanza “azzeccati”, riguardano però unicamente la parte della lingua italiana. Per avere un quadro completo del gradimento di una canzone, occorre sommare l’arrangiamento musicale, l’interpretazione e la presenza scenica.

Professor Coveri, com’è l’italiano delle canzoni del Festival di Sanremo 2022?

L'italiano del Festival di Sanremo, come quello della lingua della musica leggera italiana è rimasto uguale a sé stesso per molto tempo, ma negli ultimi anni, soprattutto, è accaduto qualcosa di nuovo. Già alcuni linguisti hanno parlato di una lingua specifica della canzone sanremese, un italiano convenzionale, coincidente con la canzonetta di un tempo, ancien régime: rime baciate, monosillabi e parole tronche in fine di verso, inversioni sintattiche, lessico aulico.
Questo stile linguistico è stato sconvolto dalla rivoluzione portata da Domenico Modugno e dai cantautori negli anni Sessanta. Poi però ci fu un lungo periodo di crisi negli anni Settanta e Ottanta, quando il Festival sembrava destinato a spegnersi ma in cui, invece, la kermesse si è aperta, anche su pressioni del mercato discografico, assumendo anche forme più vicine alla realtà della scena musicale contemporanea. L’ultima rivoluzione è stata l’arrivo dei talent e dei social, elemento che ha rivoluzionato, dopo la tv, la natura stessa della manifestazione.

Come sono le canzoni di quest’anno?

Se l’anno scorso le canzoni erano più interessanti a livello linguistico perché si distaccavano dai soliti modelli quest’anno non ci sono grandi novità ma solo una conferma: il linguaggio della canzonetta di una volta non esiste quasi più (escluse le solite eccezioni). Si va sempre di più verso un italiano vicino al parlato, dove prevalgono fenomeni come il “che” polivalente, la “dislocazione a sinistra” e un lessico colloquiale, mentre la canzone di una volta, con il suo linguaggio fatto inversioni sintattiche e rime baciate, non c’è quasi più. La canzone stessa di Gianni Morandi, uno dei senatori del gruppo, è molto “moderna” perché è stata scritta da Lorenzo Jovanotti e si sente. Questo fa molto riflettere sulla differenza tra gli autori della canzone e chi poi la canta. Molti degli autori sono giovanissimi e questo cambia le cose. Davide Petrella, ad esempio, ha scritto il testo di Giusi Ferreri, Achille Lauro, Emma ed Elisa. Alessandro La Cava, invece, che ha appena 21 anni, (ma è già stato autore di una hit di quest’estate come Malibu, cantata da San Giovanni, il brano più ascoltato lo scorso anno) ha scritto per Rkomi, Noemi, San Giovanni e Matteo Romano. Andiamo quindi verso una consonanza tra il linguaggio della canzone e l’italiano dell’uso medio-basso.

Quali sono i temi 2022?

Come sempre, le canzoni vanno decifrate, ma in generale gli accenni alla contemporaneità non sono molti. C’è un accenno alla pandemia nella canzone di Dargen D’Amico che parla di “mascherine” oltre naturalmente a “Virale”, la canzone di Matteo Romano, mentre i “La Rappresentante di Lista” parlano di una “guerra mondiale”, speriamo solo ipotetica. In generale le canzoni parlano d’amore anche in senso lato, amore tossico o “Sesso occasionale” come nella canzone di Tananai. In generale nei temi si registra una gran voglia di evasione.

Un festival che piace un po’a tutti…

La gestione Amadeus cerca di raccogliere i consensi di larga parte del pubblico: ci sono molti giovani, grandi star come Elisa, ex vincitori come Mahmood e tre senatori, Morandi, Zanicchi e Ranieri. La canzone di Iva Zanicchi è decisamente la più “sanremese”, quella che aderisce agli stilemi più tradizionali. Il mio voto è stato molto basso ma occorre guardare anche oltre il Festival: con la Zanicchi, Amadeus ha voluto fare la stessa cosa che fece l’anno passato con Orietta Berti, che nei mesi successivi ha duettato con cantanti che potevano essere suoi nipoti. Ma la sua canzone è “poco creativa”, tradizionale, ricca di rime baciate, anastrofi ed è quella in cui la parola “amore” compare più volte.  A Gianni Morandi invece bisogna riconoscere che sa sperimentare: è una canzone scritta in jovanottese, che ha pure qualcosa di rap (Lorenzo Cherubini è stato il primo rapper italiano (forte/porte/carte etc). Quello di Massimo Ranieri invece è un testo classico ma in senso buono, con un tema interessante, il viaggio per mare, con grande significato simbolico.

E le parole?

Ormai vale il “canta come parli”: le canzoni di Sanremo 2022 aderiscono del lessico del parlato quotidiano, alla lingua di tutti i giorni, soprattutto a quello dei giovani. Un lessico quotidiano con varie componenti: Matteo Romano usa la parola “virale” con il suo significato di partenza, quello informatico; sono tante le parolacce che sono però “desemantizzate” cioè usate quando ormai hanno perduto del tutto il loro significato originario. In Elisa troviamo “Ho fatto casino…” in cui questa parola è usata senza il suo significato, casi simili anche in Noemi, “Sono quella stronza” o “fanculo” in Achille Lauro. Ormai fanno parte dell’italiano parlato: a forza di pronunciarle queste parole hanno perso tutto il loro significato tanto che vengono usate come quantificatori, come disse qualche anno fa il grande linguista Tullio De Mauro.
Molto originali i forestierismi: se qualche anno fa Gabbani portò al Festival il sanscrito con “Namaste”, ora Highsnob e Hu cantano lo “shibari” (una tecnica erotica orientale di bondage); ci sono ispanismi, come “America latina cubalibre” nella canzone di Ana Mena e parecchi “anglismi di routine”, parole cui ormai siamo abituati, come “overdose” e altri. Più originale Achille Lauro che parla della vita come di un “roller coaster” (le montagne russe). In molte canzoni c’è “Baby”, parola che la musica ha ereditato da Fred Buscaglione e dal mondo dei gialli hard boiled. Da notare anche le citazioni di altre canzoni: alcune sono esplicite (Achille Lauro cita Edoardo Vianello quando canta “guarda come dondolo”) altre no, direi più “preterintenzionali”, cioè si sentono nell’aria echi di Baglioni, di Lucio Battisti, Gianna Nannini (“le nostre parole / sono diventate armi in mano a dei bambini; la mia condanna camera a gas”, Highsnob e Hu). Ma non sono copiature, bensì contributi: un linguista, Eligio Ciabattoni, dice che le citazioni sono “sintomi d’amore”. Si trovano poi molti di quelli che i linguisti chiamano “malapropismi”, cioè le accoppiate nome + aggettivo errate a livello semantico, come nella canzone di Le Vibrazioni tipici del linguaggio giovanile.

E i nomi dei cantanti? Alcuni sono davvero strani...?

Mai come quest’anno ci sono parecchi nomi di cantanti che richiedono una spiegazione quasi degna dell’enigmistica: ma la semiologia ci dice che c’è sempre un’aggiunta di senso in quello che scriviamo, tanto più nella canzone. Ci sono nomi come Yuman che sarebbe la crasi, il collage, tra “Yuri + human”. Poi Rkomi che è improunciabile (in italiano non abbiamo sillabe composte solo da consonanti), ma in realtà è un anagramma della pronuncia al contrario del suo nome “Mirko”. Ma c’è un segreto: Rkomi si rifà all’argot parigino, il verlan, parola che è il contrario di “l’envers” (al rovescio), un gergo noto dall’inizio del ‘900 che ora hanno scoperto anche a Milano. Anche Irama è un anagramma di “Maria” che però significa anche “ritmo” in lingua malese.
Il nome d’arte è sempre esisto (Massimo Ranieri si chiama in realtà Giovanni Calone), ma oggi per la prima volta si ricorre a giochi linguistici come Aka 7even in cui si vede l’influsso della scrittura digitale: c’è l’acronimo aka (also known as) e la scrittura “leet” cioè l’uso di caratteri non alfabetici somiglianti al posto delle normali lettere.
E se Highsnob sarebbe tratto da una rivista di street fashon, Hu è una divinità orientale genderless.
Ci sono poi due casi molto interessanti: “Ditonellapiaga” e “La Rappresentante di Lista”: qui è addirittura una locuzione a far da pseudonimo.
Ma forse il soprannome più interessante è “Tananai”, pseudonimo di Alberto Cotta Ramusino di Cologno Monzese che usa una parola che con cui suo nonno lo chiamava “piccola peste”. Ho fatto alcune ricerche anche con dei colleghi: questa parola arriva dal dialetto, ma ha un significato gergale: sarebbe una deformazione del termine “badanai”, originario della cultura ebraica delle lingue dei grandi ghetti veneziani o romani, un misto di ebraico e dialetto. Significherebbe “recitare preghiere a bassa voce”. Da qui, con alcuni passaggi di significato, diventerebbe sinonimo di “chiasso confuso di molte persone che parlano”, “borbottio”, “fare rumore” e finirebbe per definire “piccola peste” l’autore di questo rumore molesto. Forse in ligure si direbbe “bordellusu”.

A ben guardare sembra che la lingua si stia riprendendo il suo spazio sulla musica. La classifica di Coveri, stilata ben prima dell’inizio del festival, non si allontana molto da quella (provvisoria) dopo la seconda serata del Festival: in testa Elisa e La Rappresentante di lista (ufficialmente in terza posizione), al secondo posto Mahmood & Blanco. Il prof Coveri ha azzeccato soprattutto gli ultimi posti: nella parte bassa della classifica troviamo Ana Mena, Iva Zanicchi e Le Vibrazioni.
Insomma: amanti della musica leggera, canzonettari di youtube, casalinghe di Voghera e bookmakers, cercate nella lingua italiana se volete sapere chi vincerà il Festival di Sanremo 2022!