Nel cuore antico di Genova, nella chiesa di San Torpete, ripercorrendo i passi di Simonetta Cattaneo Vespucci, “la sans par” per Botticelli

La donna più donna del Rinascimento? La musa ispiratrice delle opere diventate il simbolo stesso della bellezza femminile? Sissignori, fu una genovese, resa immortale da Botticelli che la volle come modella per rappresentare la “Nascita di Venere” e “La Primavera”. Si chiamava Simonetta Cattaneo e prima di spiccare il volo per la corte medicea di Firenze, divenne sposa di Marco Vespucci convolando a giuste nozze nell’aprile 1469 nella chiesa gentilizia di San Torpete. Questo momento felice della vita della bellissima Simonetta, che allora aveva 16 anni, grazie soprattutto ai social, è diventato un’occasione di visita della chiesa dei vicoli da parte di turisti, attirati dall’idea di fare una foto o un “selfie” sul sagrato o davanti all’altare della chiesa in cui la “più bella del mondo” disse di sì.
Ci sono coppie che di passaggio da Genova non perdono l’occasione di farsi immortalare in piazza San Giorgio: mano nella mano, guardandosi negli occhi, schioccando un bacio. La chiesa, del resto, resta uno scrigno d’arte e da qualche anno un suggestivo polo musicale, visto che qui si svolgono i famosi Concerti di San Torpete: grazie all’acustica eccezionale e alla bellezza del sito. 

Per quanto riguarda l’esistenza di Simonetta, oltre alla sua bellezza proverbiale, a colpire i contemporanei è anche il fatto che fu una vera e propria meteora. Morì a soli 23 anni, il 26 aprile 1476.

Nessun rimedio poté salvarla, nemmeno Maestro Stefano, il medico personale di Lorenzo de Medici. Per la sua scomparsa Lorenzo il Magnifico scrisse il sonetto che inizia con O chiara stella che co’ raggi tuoi…, dove la immagina salita in cielo ad arricchire il firmamento.

 O chiara stella, che co’ raggi tuoi
togli alle tue vicine stelle il lume,
perché splendi assai più del tuo costume?
Perché con Febo ancor contender vuoi?

Forse i belli occhi, quali ha tolti a noi
Morte crudel, ch’omai troppo presume,
accolti hai in te: adorna del lor lume,
il suo bel carro a Febo chieder puoi.

O questa o nuova stella che tu sia,
che di splendor novello adorni il cielo,
chiamata esaudi, o nume, e voti nostri:

leva dello splendor tuo tanto via,
che agli occhi, che han d’eterno pianto zelo,
sanza altra offension lieta ti mostri.

 

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