Guardate il restauro e resterete di stucco.  Capolavori settecenteschi restaurati e innovazione tecnologica riportano alla ribalta un gioiello unico come l’Oratorio Sant’Antonio Abate di Mele

Un intervento certosino restituisce un patrimonio di inestimabile valore storico-artistico. Si è conclusa la prima importante fase del restauro e valorizzazione dell’Oratorio di San Antonio Abate a Mele, incluso nell’ambito del progetto Bellezza@ - Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’Oratorio di Sant’Antonio , risalente intorno al 1500 e rinnovato nel 1634, custodisce importanti opere settecentesche, tra cui una cassa processionale capolavoro di Anton Maria Maragliano, dodici tele di Carlo Giuseppe Ratti e gli stucchi di Rocco Cantoni. Restauro ma anche valorizzazione attraverso innovazione tecnologica che consente di conoscere e approfondire le informazioni culturali e storiche grazie al progetto di Rita Vecchiattini Carlo Battini, ricercatori e docenti universitari, che hanno progettato tre diversi strumenti: Melapp, una app da scaricare su cellulari, tablet e analoghi dispositivi mobili, che restituisce mappe, elaborazioni grafiche dell’Oratorio, oltre a informazioni storiche sull’edificio e sul territorio circostante, sugli artisti che vi hanno lavorato, sulla Confraternita, ma anche informazioni tecniche (per addetti ai lavori) su materiali, pigmenti e modalità di restauro degli stucchi e della cassa lignea, senza dimenticare curiosità e dettagli che possono arricchire il percorso di visita; una serie di sensori beacon disposti dentro l’Oratorio, che attivano l’app precedentemente scaricata sul dispositivo mobile del visitatore, mostrando sullo schermo la spiegazione dell’opera che sta osservando; infine una serie di sei schede cartacee a disposizione dei visitatori, in cui confluiscono tutte le informazioni divise in altrettanti temi: il territorio di Mele, la Confraternita e la solenne processione, l’Oratorio di Sant’Antonio Abate, gli stucchi di Rocco Cantoni, il ciclo pittorico di Carlo Giuseppe Ratti, la cassa processionale di Anton Maria Maragliano. Strumenti chiari e semplici, destinati ai futuri turisti.

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LA STORIA - Mele (un tempo nel territorio governativo di Voltri) ha sempre avuto un’identità forte, perché sede di un centro protoindustriale di grande importanza non solo per la vicina Genova. Le caratteristiche geografiche e naturali della valle, nel XIV secolo hanno permesso la diffusione delle ferriere. Per produrre il ferro erano necessari il minerale, che arrivava dall’Elba via mare e sbarcava sui moli di Voltri; il legno da trasformare in carbone per alimentare la fucina, e Mele era circondata da boschi fittissimi; l’acqua per temperarlo, e la Val Leira è una delle poche liguri a regime costante, quindi non asciutte in estate. Battendo sull’incudine si sviluppa una prima soglia di ricchezza. Poi i boschi si diradano, il mondo cambia e l’attività si trasforma. Dal ferro si passa alla carta, mentre si diffonde senza sosta la stampa a caratteri mobili. Le cartiere sfruttano a loro volta l’acqua purissima e godono del vento quasi costante e spesso potente, grazie al quale i fogli di carta e cartone si asciugano più rapidamente. Il risultato è un prodotto di altissimo pregio venduto in tutta Europa (anche alla Casa Reale d’Inghilterra) e segnalato oggi in numerosi musei di tutto il mondo, tra cui il British Museum di Londra. Fra i melesi del XVI, XVII e XVIII secolo non si contano i paperai, spesso lavoratori stagionali che si dividono fra la cartiera e il lavoro della terra. I dissidi fra operai e mercanti cartai dà origine persino a uno sciopero, che vede i manifestanti riuniti nell’Oratorio.  Sulla scia dottrinale controriformistica si segnalano anche dissidi fra Oratorio e Chiesa, divisi sui cerimoniali rituali di matrimoni e funerali. Effetti di un’autonomia favorita dalla distanza dai centri del potere e sostenuta da una capacità d’iniziativa già provata sul campo. È in questo contesto che nasce l’Oratorio, espressione di una comunità che disponeva di identità e di ricchezza, ma necessitava di un simbolo in cui riconoscersi, un luogo che fosse moralmente edificante, spiritualmente elevato e socialmente prestigioso.

L’Oratorio di Sant’Antonio Abate si trova a Mele, sulla strada che collega Voltri al passo del Turchino, tra i boschi della Val Leira. I tornanti costeggiano il borgo, che custodisce al suo interno non solo la chiesa parrocchiale ma anche l’oratorio, casa di cittadini e devoti quasi senza distinzione. L’ingresso è posto sul lato lungo dell’edificio a una navata e conduce dritto nella storia. A destra, sul fondo, l’organo Locatelli del 1893, soprastante la cantoria finemente decorata da Rocco Cantoni (1775). A sinistra l’altare e la pala di Giovanni Andrea Ansaldo (1625), modificata successivamente da Orazio De Ferrari (1637) per aggiornare l’iconografia della Vergine nel frattempo proclamata Regina di Genova. Davanti le panche di legno, i tre crocifissi (più uno di quindici chili per i bambini) da portare in processione al santuario dell’Acquasanta il 15 di agosto, insieme alla maestosa cassa del Maragliano posta in una stanzetta a cui si accede da una porticina. Sulle pareti, le dodici tele di Carlo Giuseppe Ratti (eseguite tra 1777 e il 1782) raffiguranti la vita di Sant’Antonio Abate, incastonate negli stucchi coevi di Rocco Cantoni.

Possono sembrare solo nomi, ma la verità è che i melesi hanno chiamato a lavorare sulle loro montagne il meglio delle maestranze attive a Genova, città dove la moda guardava allo spirito francese. Cantoni, i cui stucchi hanno ritrovato nel restauro la riconoscibilità formale, lavorava (come Ratti) contemporaneamente a Mele e a Palazzo Rosso di Genova, dove la sua mano arrivava in quegli stessi anni anche nelle ville dei Durazzo e in via Balbi, per fare qualche esempio. Fra arabeschi, festoni fioriti, strumenti e roselline spunta sempre un ramo di mughetto, la sua firma. Rocco era nato in Ticino, erede della tradizione eccelsa dei magistri comacini, e discendeva da una famiglia attiva a Genova sin dalla nascita di Strada Nuova, a cui partecipò l’avo Bernardo Cantoni, mentre il nonno Pietro si arricchì a Genova grazie alla ricostruzione della città, resa necessaria dal bombardamento di Luigi XIV (1684). Erano artisti notissimi e ricercati, tanto da valere come prestigio per i melesi desiderosi del giusto riconoscimento, anche fra le vette dell’Appennino.

 

LA CONFRATERNITA – La Confraternita Sant’Antonio Abate, fondata nel 1536, si riunisce ogni lunedì e ogni venerdì per discutere le attività abituali e le iniziative da affrontare. Ogni lunedì alle ore 17.00 il parroco di Mele officia una funzione in Oratorio. Ogni venerdì i bambini del paese, sotto lo sguardo degli adulti più esperti, possono provare a camminare tenendo in equilibrio il piccolo Cristo (quindici chili) realizzato appositamente per formare nuovi portatori. La Confraternita si autofinanzia attraverso alcune iniziative in corso da anni. La Sagra dü Fugassin in programma la seconda fine settimana di giugno (8, 9 e 10 giugno 2018); il Ferragosto melese, tre giorni di festa (dal 13 al 15 agosto) che si concludono con la grandiosa processione da Mele al Santuario dell’Acquasanta, dove vengono portati tre Cristi e la cassa processionale di Maragliano (per il cui trasporto sono necessarie quattro squadre di sedici uomini); una rassegna di concerti in programma tra novembre e dicembre; la mostra dei presepi, che ormai conta un centinaio di partecipanti. Lo scopo della Confraternita è mantenere in vita una tradizione antica e aprire il più possibile l’Oratorio, facendo conoscere i suoi tesori.

 

 

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